" Fatti non foste a viver come bruti ma per seguire virtute e canoscenza". Dante Alighieri

 

Il musicista Bruno De Franceschi e le "pratiche dell'ascolto"

Già, l'ascolto: che parola difficile! " Molto spesso- specifica De Franceschi- mi è capitato di incontrare persone goffe, impreparate, che non provengono dall'ambito artistico ma con la curiosità tipica dei bimbi che dà loro una carica energetica umana di disponibilità fuori dal comune". Attraverso queste tecniche ciascuno può scoprire quello che non frequenta più del proprio corpo e della propria voce. Oggi si è soliti usare la semantica, il linguaggio organizzato. Certamente non il suono o l'urlo. Raramente ci si rivolge a qualcuno attirando la sua attenzione con un urlo a meno che non si voglia essere tacciati di maleducazione. " Il linguaggio-rileva De Franceschi- ha organizzato la mente ma ha anche creato una grande gabbia protettiva. Attraverso l'uso e le tecniche della voce si possono riscoprire e scrostare pian piano le proprie "strutture arrugginite". Si arriva alla voce passando per l'ascolto. Impariamo ad ascoltare e poi arriveremo ad emettere. L'orecchio emette ciò che ha imparato a sentire. Noi usiamo la nostra voce così come è riconosciuta dall'orecchio. Dunque invece di educare la voce secondo alcuni parametri piuttosto di altri, si cerca di comprendere il funzionamento della percezione a tutto tondo partendo dall'orecchio". Una tecnica complessa che può mettere a dura prova chi vi si cimenta, oramai disabituato a questo genere di approcci con la propria voce. "E' vero-ha commentato De Franceschi- La voce ha a che fare con il pudore molto più che la sessualità. E' più semplice giocare, lavorare o addirittura esibire la propria nudità che non la propria voce. Aprire la bocca e urlare è una cosa "traumatica". L'urlo è una forma di liberazione, di espressione, antica che ci appartiene da sempre, rituale. In questi momenti il gruppo è molto solidale. Ciò è dovuto al fatto che tutti stanno in una dimensione non protetta". Ma cosa si può sperimentare attraverso la voce? "Sicuramente una condizione diversa, soprattutto inaspettata, per ascoltare se stessi, per esprimere e dire di sé . Ciò che in un momento sembra irraggiungibile, improvvisamente si sposta di direzione, cambia. L'allievo ritrova appartenenze che lo lasciano di stucco. In genere dichiara di non aver mai creduto di poter fare o dire una cosa di questo genere. Si stupisce del fatto che in realtà non ha imparato nulla di nuovo e si chiede perché non abbia mai utilizzato questa acquisizione". A De Franceschi che ha un'esperienza trentennale in questo campo chiedo cosa è cambiato nel modo delle persone di accostarsi a questa esperienza. "Diciamo che venti anni fa la grande pulsione era quella dell'apparire, del fare, della creatività. Oggi invece paradossalmente si è più disponibili ad ascoltare ed eseguire quel che viene detto. Ciò è molto bello per certi versi però i tempi sono più lunghi. L'ascolto- continua- prevede che tu non ti faccia domande almeno all'inizio, che ti lasci "attraversare" da questa esperienza. In genere se si chiede di eseguire qualcosa, l'attenzione è volta alla sua esecuzione. Io invece pretendo che l'attenzione avvenga prima dell'esecuzione. Se dico di andare fino al gradino il soggetto non deve occuparsi di arrivarci ma concentrarsi sul respiro e su come si è fatto il primo passo per cercare di capire quale è stato, a livello percettivo, il peso dell' azione. Attraverso le tecniche dell'ascolto ciascuno potrà conquistare un territorio più grande dove stare, scoprire più colori, più vividi mentre gli spazi saranno più grandi".

Febbraio 2004

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