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Cara
Cetty ti scrivo....
Dopo
il racconto "I pastetti ra Vigilia",
che vi invito a rileggere (http://www.cettyamenta.com/epistolario/natale.htm)
Angela Argentino, propone un nuovo racconto:
Un
mattino nella vecchia Palermo.
di Angela
Argentino Gergos |
| Per
il suo ritorno, aveva affittato
un piccolo appartamento nel cuore
della vecchia Palermo, là
dove gli idiomi di tutte le genti
che non avevano smesso di popolarla,
salivano fino ai tetti come un fumo
denso. |
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Solo
al livello delle terrazze si
sbambagiavano in parole distinte
e le sillabe strascinate dei
palermitani si incollavano tra
di loro...
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| Così
capivi che i cetrioli di oggi erano
di smisurata lunghezza, cetrioli
introvabili altrove e che la signora
Ciccina chiedeva da un balcone, |
a
una vicina, se era venuta l’infermiera
a farle la puntura e che le
tre note aspre, alzatesi dal
vicolo, erano del garzone del
bar “Eccu u cafè”.
Nessuno era mai piu’ partito
da Palermo. Erano rimasti tutti!
Greci colonizzatori dal profilo
puro e Normanni dalla pelle
delicata e dai capelli così
biondi da sembrare bianchi.
Arabi svelti e intelligenti
che un tempo misurarono, divisero,
amministrarono e fecero ordine,
continuavano a vivere nelle
facce olivastre dagli occhi
liquidi .
Mille altre meravigliose creature,
nate da incroci successivi,
popolavano in nostalgia ereditata,
Palermo.
In quel mattino di primavera
avanzata, Angela non si decideva
a rientrare in cucina per preparare
il caffè. Voleva che
la sua anima si riempisse di
quei suoni e di quegli odori
e si sentisse in pace, come
quando si fanno i conti con
la propria vita.
La giovinezza stava andando
via e il suo bel viso, dove
erano passate tutte le razze
più belle, o almeno,
dove tutte le razze siciliane
avevano lasciato la parte migliore
di loro, aveva ancora quel sorriso
tenero e contagioso che la facevano
amare dagli altri.
Era voluta tornare per chiudere
questi conti.Voleva essere e
sentirsi molto felice, e al
dato oggettivo di una felicità
“en pragmati”, voleva
aggiungere la sua capacità
di godere la felicità.
E così con gli occhi
chiusi, assaporava l’aria
e ascoltava gli esseri umani
di Palermo che parlavano e non
sapevano che lei aveva fatto
un lungo viaggio per venirli
a sentire.
Intanto le voci del vicino mercato
si aggrovigliavano e si moltiplicavano,
creando un coro che a tratti
sembrava intessuto di lamenti
e a tratti si trasformava in
orazione collettiva profana.
Come un mujaydin della città
che alzava il suo canto e come
rematori di un mare di mercanzie
che a colpi di remi, fanno avanzare
la vendita.
Amava quella vita che le era
mancata Il suono del dialetto,
la luce pura del mattino e quella
temperatura dell’aria,
a quell’ora particolare.
Quando il fresco della notte
è ancora carico dell’umidità
che ha raccolto dal mare, dalla
terra, dalle strade, da ogni
spazio verde, da ogni albero;il
fresco della notte intriso di
resine e di alghe, mentre i
raggi del sole riscaldano ad
uno ad uno gli atomi piu’
lontani, le molecole di questo
vino d’aria e di molecola
in molecola, come un contagio
di tepore, quel velo fresco
diventa solo una secca nuvola
di calore.
Noto;
3 dicembre 2009
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