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Cara
Cetty ti scrivo....
Iano...un
mio caro amico!
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Pochi
giorni fa il mio amico Iano Gambuzza
e la sua Pippa Tranquillo hanno
festeggiato con i loro figli e
con alcuni strettissimi amici
50 anni di matrimonio.
Cinquanta anni, mezzo secolo,
mantenendo intatti i sentimenti
i rapporti familiari le amicizie
i principi basilari di vita e
le idealità.
Ma essenzialmente e principalmente
non della festa del cinquantesimo
di |
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| matrimonio
voglio io parlare, ma della mia
micizia
con Iano. |
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Facendo
una correlazione fra amicizia e
parentela abitualmente si sostiene
che “un vero amico è
come un fratello”, si parla
di un fraterno amico quindi partendo
dal presupposto che il massimo di
amore sia possibile solo tra fratelli.
Io ho dei rapporti speciali con
mio fratello e mia sorella. Questi
nonostante di oltre dieci anni più
grandi di me, mi hanno sempre consentito
di riferirmi a loro come genitori-giovani,
e quindi genitori-amici. |
| Riflettendo
tuttavia su quanto si vede in giro
e cioè fratelli e sorelle
che da anni non si salutano e non
si parlano per le più disparate
motivazioni, in genere miseri motivi,
interessi economici, gelosie ed
invidie veramente futili, interferenze
di parenti acquisiti ed altre sciocchezze
simili, mi sono formato la convinzione
che l’amicizia quella vera,
prescinde e supera tutti gli altri
impulsi. Quindi diventa stupendo
il potere affermare |
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di volere bene ad un fratello
come ad un amico. E non viceversa
volere bene ad un amico come ad
un fratello.
Come
dice Cicerone nel De amicitia
Capitolo 18 “Firmamentum
autem stabilitatis constantiaeque
eius, quam in amicitia quaerimus,
fides est; nihil est enim stabile
quod infidum est. Simplicem praeterea
et communem et consentientem,
id est qui rebus isdem moveatur,
eligi par est, quae omnia pertinent
ad fidelitatem”; (Base della
stabilità e della coerenza,
che cerchiamo nell'amicizia, è
la lealtà. Nulla è
stabile senza lealtà. Conviene
inoltre scegliere una persona
semplice, socievole e di sensibilità
affine, cioè che reagisca
alle situazioni come noi. Tutto
ciò contribuisce alla fedeltà).
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| Ebbene
io ho conosciuto Iano nel periodo
fra il 1966 ed il 67; non era un
mio collega di facoltà, né
un ex compagno di scuola; non era
neppure un mio compagno di giochi
né un vicino di casa. Era
un uomo maturo, un lavoratore della
terra, sposato e padre di figli.
Come tanti altri, secondo la moda
del tempo attratto dalla sirena
della “industrializzazione
a tutti i costi” e quindi
portato a guardare con dispetto
e quasi con astio quella terra che
fino a quell’epoca gli aveva
dato sostentamento anche se giusto
per quel minimo che consentisse
di sopravvivere. |
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Era
il periodo dei miei primi approcci
con la sezione del Partito Comunista,
partito a Noto, prevalentemente
di braccianti agricoli, nel periodo
precedente ai “Fatti di
Avola” che, purtroppo, “grazie”
alle manganellate ed ai morti,
Scibilia e Sigona, avrebbero dato
una dignità nuova ai lavoratori
della terra, e nel quale periodo
appunto era viva
Nelle
foto: in alto Iano giovane, in
basso io, lui ed altri ad un corteo |
la
voglia di evadere dalla terra vista
come madre matrigna, avara ed ingrata.
La stragrande maggioranza erano
fuggiti andando nella zona industriale
di Priolo, tanti erano diventati
operai edili all’inizio della
speculazione selvaggia in quel campo,
con proventi, rigorosamente in nero,
remunerati con redditi più
vantaggiosi, tanti se in possesso
della licenza elementare, bidelli,
altri come nel caso del nostro amico
riuscivano ad entrare alla “Distilleria
San Paolo” Una fabbrica di
trasformazione della carruba, all’epoca
di proprietà della Ditta
Gallia Cisalpina, mi pare, di Bergamo.
Ebbene Iano, senza raccomandazioni,
riuscì a trovare lavoro là,
ed essendo un gran vero lavoratore,
riuscì a mantenere quel posto.
In cambio dovette assoggettarsi
ai turni più pesanti, ai
reparti più disagevoli, ai
lavori più massacranti, tipo
caricare sacchi di carrube di oltre
un quintale.
La cosa buffa consisteva nella derisione
dei vecchi compagni rimasti braccianti,
che parlando dei fortunati dipendenti
della Distilleria San Paolo li definivano
ironicamente e sprezzantemente “gli
ubriachi di spirito” facendo
riferimento al prodotto finale che
in quella fabbrica allora si produceva,
l’alcol di 95°.
Fu in quella fase che io mi accingevo
a diventare dirigente e forse il
più giovane dei segretari
di sezione del PCI di Noto.
Ebbene da segretario fornivo “l’ora
politica”, ogni venerdì,
facendo conciliare la mia frequenza
all’università con
l’impegno al partito. Nell’ora
in cui si parlava di politica locale,
nazionale ed internazionale, non
disdegnavamo di trattare testi filosofici
da Marcuse a Mao con riferimenti
a Marx, Lenin e Gramsci . Ebbene
Iano sempre seduto in prima fila,
non faceva mai domande, se le riservava
per la fine della riunione, creando
quell’abitudine di intavolare
lunghe discussioni nel percorso
da via G. Carducci sede della sezione,
alla statua di San Corrado alla
Villa comunale, a volte soffermandoci
per potere gridare se la discussione
si faceva particolarmente animata.
Man mano che passavano i mesi le
discussioni diventavano sempre più
impegnate fino a riguardare argomenti
i più disparati anche di
natura personale e familiare, con
lo scambio di consigli e suggerimenti
reciproci ed arrivare al punto che
la nostra amicizia diventava uno
dei punti fermi della vita. Altro
che fratelli, eravamo dei veri grandi
amici.
Tanti mi domandano e ci domandano
cosa ci accomuna. Risponderei niente
e tutto nello stesso tempo. Niente:
per quella che è la logica
imperante ai nostri giorni laddove
l’individualismo l’interesse
personale, l’utilitarismo,
sono elementi che uniscono ed affratellano
ma non certamente per oltre mezzo
secolo. Tutto: per quanto riguarda
le derivazioni contadine e l’amore
per quello che rappresenta la semplicità,
la genuinità e la schiettezza
dei sentimenti e dei comportamenti,
l’attaccamento ai valori fondamentali
della famiglia e dell’amicizia,
la comunanza anche se sempre in
evoluzione della politica, e perché
no, anche la comune origine avolese.
Per dirla sempre con Cicerone nel
De amicitia al cap. 14 “Tantumque
abest, ut amicitiae propter indigentiam
colantur, ut ii qui opibus et copiis
maximeque virtute, in qua plurimum
est praesidii, minime alterius indigeant,
liberalissimi sint et beneficentissimi.
Atque haud sciam an ne opus sit
quidem nihil umquam omnino deesse
amicis. (E credere che le amicizie
si coltivino per indigenza è
tanto lontano dal vero che si rivelano
più generose e magnanime
proprio le persone che, forti del
loro prestigio, delle loro ricchezze
e soprattutto della loro virtù,
nella quale trovano la maggiore
risorsa, hanno meno bisogno degli
altri. Anzi, sono portato a credere
che non è neppure necessario
che agli amici non manchi mai assolutamente
nulla).
Di poche persone mi è venuto
immediato e spontaneo tessere le
lodi e gli elogi per la comunanza
di affettività e di sentimenti;
alcuni mi hanno lasciato, in particolare
voglio ricordare i due fratelli
Corrado e Turi Caristia, Corrado
Giallongo Pippo Scaddozzo e Furio
Prado. Di altri questa comunanza
e simpatia la vivo come fattore
di vita normale ed attuale, ma di
Iano Gambuzza sento di potere e
dovere esprimere tutto il bene e
tutta la simpatia perché
è stato lui a farmi convincere
che il bene e l’amore per
amici parenti e conoscenti, si misurano
con il metro dell’amicizia
mia per lui. |
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Grazie Iano di esistere con la tua
semplicità, con la tua spontaneità,
la tua dedizione assoluta all’altare
dell’amicizia.
Auguri e congratulazione per i tuoi
cinquant’anni di matrimonio
con la cara Pippa Tranquillo, tranquilla
di nome e di fatto
Goditi per come meriti i tanti anni
che il Padre Eterno ti ha dato da
vivere con tutti i tuoi cari e particolarmente
con la tua dolce e cara compagna
|
della
tua vita.
A
me lasciami godere del privilegio
di annoverarti fra i miei più
cari amici.
Roberto
Nastasi
socnas@tin.it
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Noto;
28.10.2008 |
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