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Cara
Cetty ti scrivo....
Una
lettera di una persona che vive lontano
da Noto, ma che Noto ama come tanti
notinesi non sanno fare....
Cara
Cetty sono una netina andata via
tanti anni fa .
In passato ci siamo conosciute,
quando eravamo alle medie forse
,ma sinceramente non so se mi sto
confondendo con tua sorella. Tuo
padre e mio padre erano amici .Ma
questo ha un'importanza relativa
.
Devo a una nottata di insonnia ,la
scoperta del tuo sito che trovo
svelto e carino .Se tu sapessi come
ti ho trovato!!! Non so come ,non
so perché, il mio pensiero
e' volato ad Enzo Medica che e'
stato un compagno dell'adolescenza
e così entro su Google per
vedere se trovo qualche notizia
su di lui. E infatti l'ho trovata!!!
Sul tuo sito, la notizia della sua
morte Anche il padre era morto giovane
e di cancro,lasciando soli la mamma
,lui ,suo fratello. Mi ricordo della
figura del nonno .....che spesso
Enzo sostituiva alla cassa,svelto
e con lo spirito da commerciante
che aveva sviluppato da prestissimo
.Mi dispiace sapere che quando tornero'
a Noto non sarà più
tra le persone che forse riconoscerò
e mi riconosceranno Ma nel tuo sito
stasera ho rivisto l'amico di vecchia
data "Padre"Malandrino
per me, persona di eccezionale valore.
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Nella
foto in alto: Vico Volturno
una antica Via di Noto
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| Ho
avuto la fortuna di averlo come
professore di religioneall'Istituto
magistrale " Matteo Raeli"
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E'
stato un padre spirituale, un amico
affettuoso che mi ha sostenuto economicamente
quando mi sono trovata nel bisogno,
studentessa universitaria a Roma
.Mi mandava quanto gli restava del
suo stipendio e alle mie proteste
rispondeva dicendomi che quello
che lui mi dava non dovevo fare
altro che restituirlo a qualcun
altro che ne avesse avuto più
bisogno di me ,un giorno .....Cosa
che faccio ancora oggi......Cerco
di estinguere il mio debito nei
suoi confronti. |
Ho perduto le sue tracce e se hai
l'opportunità' di contattarlo
fargli avere i miei più cari
saluti e il nostro affettuoso ricordo.(
di mio marito dei miei figli e mio
)
L'idea del tuo amico di dedicare
una pagina a chi vive fuori di Noto
non e' così malvagia. E'
un modo molto simpatico per tenere
uniti a Noto quelli che sono andati
via e che la amano in nostalgia
e in ricordo.
La amiamo di un amore profondo perché
la memoria si e' cristallizzata
e la sua armonia, la sua dolcezza,la
sua atmosfera di città sospesa
in un "non tempo", sono
parte integrante di noi,ancora e
sempre . |
| .Noto
e' il più caro dei miei parenti.
E' alla mia città che faccio
ritorno e la prima cosa che mi concedo
,appena tornata ,e' passare davanti
alla Cattedrale dal marciapiede
che costeggia il Municipio e scoprire
di nuovo che in questa città
e' impossibile NON guardare il cielo
E' stata disegnata perché
tenessimo lo sguardo alto ,verso
le chiese che confinano solo con
lo spazio azzurro sopra di esse.
Potresti ospitare i nostri scritti,
aiutare a creare una comunità
,a intessere una rete di legami
che hanno come trama ed ordito il
posto in cui siamo nati e dove vorremmo
ritornare ,almeno per alcuni |
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| mesi
all'anno. Quindi ti lancio l'idea
di iniziare questa avventura anche
se il mio consiglio e' di rimanere
anonimi /Ti ringrazio per il lavoro
che svolgi e da stasera in poi
ti seguirò
Ora
per completare, gentile amica
mi permetto di mandarti questo
racconto che mi riporta a un lontano
Natale a Noto Omettendo il mio
nome e i riferimenti diretti,e
qualora lo ritenessi possibile,lo
puoi pubblicare nel tuo sito.
Lo
dedico alla cara memoria di mia
madre. Grazie
Angela |
“
I pastetti ra viggilia” |
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Quell’anno
decisi di ritornare in Sicilia
per le feste di Natale e…non
da sola.
Il 23 dicembre mattina prendemmo
il direttissimo Roma - Siracusa
che ,arrivato nella campagna di
Battipaglia ,si fermò per
4 ore a causa di uno di quegli
scioperi “a singhiozzo”
tanto frequenti in quegli anni
di piombo. Tirai fuori un mazzo
di carte e cominciammo una partita
a scopa .
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A
Lamezia Terme ,il treno si fermò
per altre due ore. Dalla scopa
eravamo passati alla briscola
e il gioco si era esteso a tutto
lo scompartimento.
A Reggio Calabria arrivammo che
si era fatto già buio e
lì restammo per un tempo
indefinito,rassegnati a passare
la vigilia di Natale in qualche
stazione.
A
Noto, intanto,fervevano i preparativi
.Mia madre stava preparando le
“scacce” e aveva bollito
al punto giusto i broccoli per
le “pastette”della
vigilia.
“ I cos’aruci”(facciuna,
mustazzola, i pasti i miennula
e i cosi i meli) li aveva preparati
già dalla settimana precedente
perché “avieunu arritunnari”
secondo il suo gergo, avere cioè
il tempo di ammorbidirsi,cosa
particolarmente raccomandata per
i biscotti al miele che ,senza
tale “ritorno” ,potevano
essere considerati veri e propri
“cuticciuna”.
I miei genitori non sapevano esattamente
a che ora saremmo arrivati a casa.
In tempi così “fluttuanti”
ritenemmo più opportuno
lasciarli in attesa della sorpresa.
Riuscimmo a traghettare verso
le 10 del giorno dopo ,contando
ad uno ad uno tutti i treni che
prima di noi avevano precedenza
e giunti finalmente sulla costa
ionica,ad ogni stazione e stazioncina,
senza scampo,il treno sostava
per almeno un’ora.
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Quando
mia madre, alle 6 del pomeriggio
del 24 dicembre ,mise farina ,lievito
e acqua nel “lemmu”
per preparare la pasta delle “pastette”,noi
eravamo riusciti ad arrivare a Catania
. |
Nello scompartimento non si
giocava piu’ e,da almeno
100 km, ridevamo ormai senza
ritegno e senza motivo, dividendo
in spirito di fratellanza ,
le ultime vettovaglie. Alle
7 di sera scendevamo barcollanti
alla stazione di Siracusa .Ci
toccava ancora prendere la “littorina”
per Vittoria e scendere a Noto
,essere a casa.
Casa? Una casa in affitto vecchia
e malandata dove una lampadina
di 60 watt ( e forse anche meno)
illuminava scarsamente la nostra
sala da pranzo .Nessuno mai
si era curato di risolvere il
problema e mia madre per anni
aveva invano preteso di infilare
“a ugghia” in quella
semioscurità.
Alle
8 di sera mia madre cominciò
ad avere delle piccole vertigini
al pensiero che la pasta già
abbondantemente lievitata, potesse
inacidirsi e compromettere il
risultato delle sue fragranti
e saporite “pastette”,senza
le quali non ci poteva essere
vigilia di Natale .La sua ansia
lievitava come la pasta e quasi
sull’orlo delle lacrime,chiese
a mio padre che ne fosse stato
di noi, allorché bussammo
alla porta.
Stravolti dalla stanchezza,avevamo
ormai un aspetto piu’
da profughi che da “cristiani”.
Mia madre ci salutò in
fretta e con un lampo di gioia
scappò in cucina, lasciando
mio padre ad ascoltare il racconto
di quel nostro faticoso viaggio.
Intanto sentivamo mia madre
che sbatteva la pasta , la picchiava
perché si sgonfiasse,
la puniva per essere lievitata
al limite dell’acidità’.
Ora si, che era Natale ! -:“I
pastetti si puonu friiri !!!
”- ci annunciò
con la sua voce da soprano.
Loro
due già vecchi e noi
due, giovani e innamorati ,seduti
al tavolo della vigilia. Era
la prima volta che .....( mio
tenerissimo marito da ormai
25 anni) veniva in Sicilia e
a casa mia .
Fu un trionfo di “scacci”,
“sfinciuna”,piatti
della tradizione di tutti i
tipi, ma quelle pastette lievitate
nella nostra attesa, avevano
il sapore dell’amore di
mia madre che mai riusciva ad
esprimere a parole .Il suo amore
per noi era sparso a piene mani
in quei suoi magnifici dolci
,nel colore dorato delle focacce,
nella cronometrica perfezione
della cottura,nell’arte
del “rieficu”.
Mio padre con i suoi begli occhi
pieni di guizzi,per tutta la
serata continuò a ripeterle’
: “ Ma’n to ricia
iu, ca vinieunu?”
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| Noto;
Natale 2008 |
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