| Allora
fu chiamato un certo Daniele da
Volterra che fu il primo di una
serie di “braghettoni”
i quali ricoprirono l’originale
affresco con una miriade di veli
e braghe multicolori. A Noto,
dopo ben cinque secoli da quell’episodio
censorio, non avendo la Congregazione
ci dobbiamo accontentare di Don
Bellomia e al posto di Daniele
da Volterra ci ritroviamo un certo
Maltese da Rosolini che, come
lei ha detto, ha avuto la “geniale
idea” di mettere la fascia
per coprire il seno nudo del dipinto.
Forse un omaggio alla S.V. che
sappiamo essere un grande “estimatore”
e portatore di fasce? Dopo secoli
di buio oscurantismo medievale
e a partire dal XV secolo gli
artisti, non hanno mai cessato
di interessarsi al seno femminile
nelle sue svariate sfaccettature:
scoperto o maliziosamente velato,
innocente o peccaminoso, pubblico
e privato, disponibile e proibito,
senza tener conto delle forme
e dei gusti anatomici, che nel
tempo hanno subito sostanziali
variazioni. La rappresentazione
del seno e del nudo in generale
specie se artistico non è
più oggetto di scandalo
o di attentato al comune senso
del pudore. Non è così,
invece, nella Nostra Città
Patrimonio dell’Umanità.
“L’arte”
diceva Picasso “non è
mai casta, si dovrebbe tenerla
lontana da tutti i candidi ignoranti.
Non dovrebbero mai lasciare che
gente impreparata vi si avvicini.
Si, l’arte è pericolosa.
Se è casta non è
arte”.
Allora
il problema non è bendare
o fasciare l’arte ma semmai
quello di bendare o fasciare gli
ignoranti.
Non Le nascondiamo che in questo
contesto ci viene difficile distinguere
tra censura e autocensura, probabilmente
ci sono entrambe.
L’Italia
è, infatti, un Paese incline
alla sottomissione, diffidente
verso l’azione di custodia
gelosa della libertà, che
è considerata un lusso.
La lunga dominazione ideologica
delle grandi famiglie cattolica
e comunista ha abituato il Paese
a fare a meno dell’esercizio
dell’indipendenza nei rapporti
fra il cittadino e lo Stato, tra
intellettuali e popolo, quando
se ne possa fare a meno (cioè
quasi sempre). Ragionare, far
circolare le idee, essere informati
e informare, produrre cultura
sono attività sulle quali
è richiesto, sempre più
frequentemente, un sottile pedaggio
in termini di autocensura, di
corrività, di conformismo
linguistico “politicamente
corretto”. Però si
può sempre dire di no.
Basta volerlo. E noi siamo qui
a dirlo.
Signor Sindaco, il fatto che non
si sia levata da parte Sua una
voce forte e chiara in difesa
della libertà artistica
e della libertà di espressione,
che il Suo parlare non denunciasse
l’evidente attacco censorio
di chi ancora crede di poter imporre
la sua visione culturale del mondo
ci induce a pensare che ella sostanzialmente
o per quieto vivere si trova d’accordo
con Don Bellomia.
Da
parte nostra proviamo a levare
una flebilissima voce, cercando
di richiamare, i laici, l’intellettualità
netina, ma soprattutto la coscienza
libera dei cittadini netini a
ritrovare il senso della realtà,
perché speriamo ancora,
crediamo ancora che la strada
della consapevolezza e della razionalità
possa alla fine risultare vincente.
Quindi ci rivolgiamo a Lei affinchè
nella Sua qualità di primo
cittadino faccia rimuovere al
più presto quella fascia
che rappresenta un’offesa
alla libera espressione dell’arte. |