" O fuori l'Italia dalla guerra o L'Italia dentro la guerra!

 

Personaggi

A bottega dal sarto Corrado Pricone.

Chi non ricorda la bottega del sarto, "u custurieri", un francesismo che trae origine da couturier! Specchi grandi, modelli di carta velina impilati in un angolo della saletta di prova, tavolini bassi carichi di riviste di moda, il manichino senza testa, metri attaccati alle pareti, "u sinnu" che serviva a disegnare sulla stoffa il modello, così affascinante per noi bambini che avremmo dato chissà cosa per averne uno, quelle enormi forbicione usate per tagliare la stoffa sul tavolo da lavoro, che strisciando sul legno emettevano un suono così…unico, i ferri da stiro di tutte le dimensioni e lui, il sarto, seduto sul suo sgabello "a tirar punti" circondato dagli apprendisti. Un gran bel mestiere quello del sarto.

In primo piano "le forbicione"

(foto Castobello)

Oggi tutto è cambiato. Le fabbriche d' abbigliamento certamente non incentivano la sartoria, gli artigiani tendono sempre più a diventare imprenditori, la concorrenza industriale è davvero impari ed i sarti si possono contare sulle dita di una mano. A Noto, nel centro storico esiste e resiste ancora una "putia". Appartiene al "mastru" Corrado Pricone." Io ho iniziato ad apprendere il mestiere nel 40. Avevo 9 anni quando per la prima volta entrai in un putia, quella del sarto Di Blasi. I miei veri maestri però furono Vincenzo e Corrado Belfiore. A quei tempi- racconta il mastro Pricone- i genitori mandavano i ragazzini a bottega per occuparli e sottrarli ai pericoli della strada". Dal mastro per prima cosa si iniziava a " infilare gli aghi", un'arte che richiedeva capacità: il filo non doveva essere né troppo lungo né troppo corto. Se era troppo corto si finiva subito e il mastru si spazientiva perché perdeva tempo e lui di tempo non ne aveva,da ta la mole di vestiti che aspettavano di essere consegnati in tempo.Se il filo era troppo lungo s'impigliava per cui nell'un caso o nell'altro volava qualche "scuppazzuni".Poi si cominciava a "tirare" qualche punto. Poteva accadere che il ragazzo dimostrasse attitudini per il mestiere, in tal caso il mastro e i compagni di bottega lo invogliavano a continuare.

Il mastro Pricone all'opera

(foto Castobello)

Una volta le putie erano un punto di riferimento importante della città, veri e propri centri dove si potevano incontrare artisti, buontemponi, uomini di cultura, che in attesa di " fare la prova" del vestito, per ingannare il tempo raccontavano storie di ogni tipo. Queste immancabilmente diventavano patrimonio comune in quanto venivano raccontate a loro volta. Dal sarto si sapevano anche le ultime novità accadute in città, riferite a bassa voce, "in segreto" con preghiera di non parlarne. Il risultato era naturalmente ovvio: si scatenava una sorta di passaparola, fatto bassa voce e, in men che non si dica, tutta la città era informata del fatto eccetto la "fonte". Il sarto naturalmente non partecipava alla discussione, intento com'era a cucire, anche se di tanto in tanto gli sfuggiva qualche risatina o esclamazione." Oggi le cose sono cambiate e le putie che prima pullulavano di apprendisti terribilmente vuote- commenta il mastro Pricone- Nessuno ha più voglia di imparare il mestiere. I genitori preferiscono mandare i figli a scuola ed i ragazzi in estate preferiscono andare a dare una mano a qualche ristoratore piuttosto che venire a bottega per apprendere un mestiere che non rende più.La concorrenza industriale ci ha reso la vita difficile. Siamo ridotti al lumicino e quei pochi che continuiamo il mestiere, lo facciamo per passatempo. Un artigiano si affeziona alla bottega dove ha passato tutta la vita per cui gli viene difficile lasciare".

Agosto 2001

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