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"I favi" (le fave)

Pur essendo le più umili fra le leguminose, in Sicilia e particolarmente nella nostra zona, le fave hanno avuto un ruolo importantissimo nella alimentazione dei nostri contadini. Si coltivavano per fertilizzare il terreno, alternandole al grano, ai tempi in cui le colture erano veramente biologiche. Le fave si mangiavano fresche nel periodo primaverile, cotte o crude. Quelle essiccate al sole, si mettevano in serbo per l'inverno; le più scadenti erano riservate alla alimentazione degli animali, soprattutto i cavalli, "macchine fuoriserie" dei nostri antenati. Il piatto di fave, si gusta in un gran numero di ristoranti ed aziende agrituristiche tanto di moda ai giorni nostri, anche se, essendo notevole il suo potere calorico, bisogna badare a non esagerare nella quantità. La loro preparazione richiede preliminari di almeno un paio di giorni.

Un bel bicchierotto di vino rosso di Pachino per "accompagnare" è quel che ci vuole

I semi secchi devono restare almeno dodici ore a bagno in acqua e poi ripulite ("pizzicate") dell'unghia nera che presentano all'estremità superiore. A questo punto si mettono in pentola per essere sbollentate mentre in un'altra pentola si prepara l'acqua bollente in cui dovranno essere versate per la cottura definitiva. Questa avviene in un tempo variabile in base alla qualità; gli antichi preferivano usare l'acqua piovana raccolta in appositi recipienti, sostenendo che tale acqua facilitava la funzione di cottura. Quando sono pronte, diventate cioè cremose, si condiscono con il sale. A molti piace aggiungere bietole selvatiche o borragini (aiticieddi saravagghi e wurraini), verdure che nascono spontaneamente nella nostra zona. La cipolla cruda affettata, abbondante peperoncino rosso e olio d'oliva sono ingredienti indispensabili per dare la vera fragranza al piatto.

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